prof. Edgar Morin

laurea honoris causa
in Scienze dell'educazione
a.a. 2002/2003





  • lectio magistralis


  • conferimento


  • elogio
  • Prof. Edgar Morin


    Prof. Edgar Morin
    Lectio Magistralis

    Educare all’era planetaria


    Magnifico Rettore, cari colleghi, vi ringrazio della vostra ospitalità, e dell’onore che mi fate. E ringrazio molto il Professor Mauro Ceruti, amico, o piuttosto fratello in comunità di pensiero, in comunità di affetto. Lo ringrazio di questo suo elogio quasi postumo, con il piacere supplementare di averlo ricevuto prima dell’ora fatale.

    Il tema del mio intervento sarà: educare all’era planetaria. L’era planetaria comincia con la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, con la circumnavigazione della Terra di Ferdinando Magellano e la scoperta copernicana che la Terra è un pianeta che gira attorno al Sole. L’era planetaria si è sviluppata attraverso la colonizzazione di tutti i continenti, l’occidentalizzazione del mondo, la pratica della schiavitù, e anche grazie alla moltiplicazione delle relazioni e delle interazioni tra le diverse parti del globo. Dopo le varie decolonizzazioni del ‘900, e dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, nel 1990 è cominciata la globalizzazione, che ha insediato un unico mercato mondiale sotto la legge del liberalismo economico e, nello stesso tempo, ha generato una rete di comunicazioni estremamente ramificata.

    Gli sviluppi scientifici, tecnici, economici producono un divenire planetario comune per tutti gli esseri umani. Si può dire che il pianeta è diventato una nave spaziale che viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica, industria, profitto. E nello stesso tempo la minaccia nucleare e la minaccia ecologica che grava sulla biosfera impongono all’umanità una comunità di destino. Così è diventata vitale la consapevolezza di questo destino planetario che stiamo vivendo. È diventato essenziale illuminare e concepire il caos degli eventi, le loro interazioni e le loro retroazioni – in cui si mescolano e interferiscono processi economici, politici, sociali, nazionali, etnici, mitologici, religiosi – che tessono il nostro destino. Dobbiamo cercare di sapere chi siamo, che cosa ci sta capitando, dove si nasconde la minaccia che dobbiamo tutti provare a individuare con chiarezza.

    Purtroppo, proprio nel momento in cui il pianeta ha sempre più bisogno della nostra capacità di capire i problemi fondamentali e globali, nel momento in cui noi abbiamo bisogno di comprendere la loro complessità, i sistemi di insegnamento tradizionali adottati in tutti i Paesi continuano a separare, a disgiungere le conoscenze che dovrebbero invece essere interconnesse, e continuano a formare menti unidimensionali ed esperti riduzionisti che privilegiano una sola dimensione dei problemi umani, occultando tutte le altre. La scienza economica, ormai tanto sofisticata da essere diventata regina e guida delle nostre politiche, non riesce a concepire e a comprendere tutto ciò che non è calcolabile, qualificabile: passioni, emozioni, gioia, infelicità, credenza e speranza, che sono poi la carne dell’esperienza umana. Così la nostra formazione scolastica, universitaria, professionale, ha fatto di noi degli uomini incapaci di farsi carico della condizione di cittadini dalla Terra, oggi divenuta necessaria.

    Ecco dunque l’urgenza, vitale, di “educare all’era planetaria”. Questo compito rende necessaria una riforma del nostro modo di conoscere, una riforma del nostro modo di pensare, una riforma dell’insegnamento: tre riforme interdipendenti. In questa prospettiva e per questa ragione mi pare necessario ripensare i problemi di metodo. Metodo inteso non come programma, ma come aiuto per affrontare la sfida onnipresente della complessità. Inoltre, è necessario dare un senso alla nozione di complessità, una parola molto utilizzata ma spesso solo per esprimere un’incapacità di descrizione o di spiegazione, ed è necessario anche proporre alcuni princìpi per affrontare le diverse complessità che incontriamo, al fine di concepire l’era planetaria nella sua dimensione storica, e quindi multidimensionale, e di indicare che nella crisi generalizzata di questo secolo appena iniziato si sta formando l’infrastruttura di una società-mondo che è ancora in gestazione, ma che noi dobbiamo aiutare a nascere.

    In questa occasione mi pare dunque necessario promuovere un “umanesimo planetario”. E sono felice di poterlo fare qui in Italia, patria dell’Umanesimo, e segnatamente a Bergamo, in questa Università dove si trova il CE.R.CO, Centro di ricerca sull’antropologia e l’epistemologia della complessità, che sta lavorando e lavorerà per contribuire proprio alla formazione e allo sviluppo di un umanesimo planetario.


    conferimento laurea

    Elogio di Edgar Morin

    da parte del Prof. Mauro Ceruti
    Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia


    Prof. Mauro CerutiEdgar Morin è il fautore di un nuovo Umanesimo, nel quale la cultura classica, la tradizione filosofica dell’Occidente, la letteratura mondiale, la scienza contemporanea traggono nuova vitalità dal gioco delle reciproche interrogazioni ed interazioni.

    Edgar Morin è un illustre narratore del vecchio e del nuovo secolo, di quell’età storica in cui le scienze e le tecniche hanno realizzato le loro conquiste più spettacolari, ma in cui hanno anche avuto luogo le stragi più copiose che la storia umana ricordi.

    Edgar Morin è un pensatore europeo, nel senso più attuale del termine. Secondo lui le migliori opportunità che il nostro continente ha di parlare al mondo si trovano nella varietà delle radici dell’identità d’Europa, nelle ibridazioni delle sue culture, nella flessibilità dei suoi confini, nella ricchezza delle migrazioni che vi hanno sede.

    La vibrante irripetibilità della sua testimonianza sta nell’intreccio irriducibile fra il suo essere ricercatore, scrittore, uomo. La sua opera non si fa facilmente classificare nelle tradizionali divisioni di genere, perché contamina molteplici stili e punti di vista. Edgar Morin è, contemporaneamente, uno dei maggiori scienziati viventi, scrittore fra i più grandi della letteratura odierna, uomo che ha saputo trarre dalla sua passione e dal suo amore per l’umanità l’antidoto contro ogni cecità, menzogna, arroganza.

    A partire dagli anni Trenta del secolo scorso fino ai nostri giorni, Edgar Morin non ha mai cessato di esercitare un limpido e sofferto senso critico, prodotto da una feconda cooperazione fra ragione ed emozione, fra lucidità e passione.

    Nei momenti in cui è sembrato agevole celebrare le magnifiche sorti del genere umano, Edgar Morin ha condotto i suoi lettori a toccare con mano i lati oscuri del progresso, mostrando le barbarie, gli asservimenti e le follie che oggi più che mai ci impediscono di vivere in un mondo compiutamente civile e umano. Di contro, nei passaggi storici più duri e difficili, egli ha saputo infondere nuove speranze nelle menti e nei cuori, affermando che il peggio non era inevitabile, che i giochi non erano fatti, che dal groviglio di tendenze e di controtendenze conflittuali dell’oggi è sempre possibile, e anzi necessario, elaborare prospettive creative per l’indomani.

    La seconda guerra mondiale, la resistenza contro il nazismo, il nuovo inizio dell’Europa post-bellica, la resistenza contro lo stalinismo, la guerra fredda, il Maggio francese, la crisi ecologica, il crollo del Muro di Berlino, le guerre balcaniche hanno visto Edgar Morin in prima linea, intento a mostrare come la storia non sia il dominio dell’inevitabile, ma una costruzione quanto mai aperta, un’avventura ignota che fa appello al senso di responsabilità e agli slanci vitali di ogni individuo e di ogni comunità. L’An zéro de l’Allemagne (1946), Autocritica (1959), Mai 68: La Brèche (1968), Per uscire dal XX secolo (1981), Pensare l’Europa (1987), L’Europa nell’era planetaria (1991), I fratricidi (1996), Una politica di civiltà (1997) sono altrettante testimonianze, vitali e appassionate, delle svolte cruciali dei nostri tempi.

    Dinanzi ai rischi ambientali a lungo termine, dall’inquinamento al sovraffollamento, dal caos climatico alla distruzione della biodiversità, che minacciano il nostro pianeta, Edgar Morin risponde con la visione di una “Terra patria” (il saggio è del 1993), di una comunità planetaria in cui il senso di appartenenza oltrepassi tutti i confini fra etnie, fra nazioni, fra culture e fra civiltà, perché senza confini sono i pericoli a cui siamo esposti. Paradossalmente, uno dei maggiori ostacoli a questa prospettiva planetaria sta in quello che appare uno dei maggiori successi dei nostri giorni, cioè la proliferazione delle nostre conoscenze sul mondo e dei campi disciplinari che le sistematizzano. Per Edgar Morin, infatti, questa proliferazione ha condotto a una frammentazione, a una disgregazione, a una separazione fra i molteplici approcci disciplinari, i molteplici linguaggi, i molteplici punti di vista. Ma egli sostiene che questa condizione non è necessaria e inevitabile; al contrario, si contrappone a quanto le stesse conoscenze ci dicono sugli oggetti e sui processi dell’universo, che appaiono sempre più complessi e interdipendenti.

    Di Morin è la precisa rivendicazione di un’indispensabile attività integratrice dei saperi, che abbia come scopo la connessione delle conoscenze, al fine di renderci consapevoli delle loro possibilità e dei loro limiti, nonché dei valori impliciti che veicolano o che dovrebbero veicolare. È da alcuni decenni che Edgar Morin si dedica all’elaborazione di un metodo della complessità, alla tessitura di reti di conoscenze, con mirabile precisione e vastità di orizzonti ad un tempo. Testimonianza di questa grande avventura intellettuale sono i volumi del Metodo: La natura della natura (1977), La vita della vita (1980), La conoscenza della conoscenza (1986), Le idee (1991), L’identità umana (2001).

    Edgar Morin è un degno erede dei filosofi naturali dell’Europa del cinque-settecento, e prospetta la nascita di una nuova filosofia naturale per far fronte ai problemi sempre più difficili e complessi che la natura stessa ci pone.

    Per Morin il problema di una “scienza con coscienza” è ancor più acuito dalla presenza onnipervasiva delle macchine nella nostra vita quotidiana. Il rischio che egli avverte è che la logica umana, volendo interagire con le macchine, si meccanicizzi essa stessa, e peggio ancora tenda a trattare come macchine gli esseri umani. Si impone al contrario la necessità di una decisa inversione di tendenza, per umanizzare le macchine e le tecnologie, per governare i loro sviluppi di per se stessi ciechi e privi di valori.

    Edgar Morin è un narratore del globale e del locale, del generale e del singolare. Non hai mai rifuggito dalle prospettive più ampie, dalle visioni più sintetiche, dai punti di vista più panoramici. Ma ha posto la sua attenzione anche sui dettagli più minuti della vita quotidiana, sui modi in cui le idee prendono corpo nei vissuti e nelle esperienze di ogni persona. In lui l’osservazione ha sempre l’auto-osservazione come necessario complemento, in quanto condizione di una ricerca autentica, capace di svelare, prima che negli altri, in se stesso l’origine ricorrente dell’errore e della menzogna. Il vivo del soggetto (1969) e I miei demoni (1994) sono fra i prodotti di questa ricerca, quanto mai rispettosa e quasi commossa rispetto all’ambivalenza della mente e del cuore umani. Parallelamente, l’illustre genere letterario dei Diari ha avuto nuovo impulso dai “Journaux” (Diario di California, 1970; L’année-Sisyphe, 1995; Pleurer rire aimer comprendre, 1996). E la biografia di Vidal, suo padre, costituisce un’appassionata rivisitazione delle sue radici ebraiche e mediterranee, da lui riconosciute come matrici del suo essere nel mondo.

    Edgar Morin considera le sue radici ebraiche come aperte agli altri grandi filoni costitutivi delle culture europee, laici o religiosi che siano. Si percepisce come un “post-marrano”, sulla scia di Montaigne, Cervantes, Spinoza. E vede nel Mediterraneo non già una barriera, ma una fascia di sovrapposizione tra i Nord e i Sud del mondo, un laboratorio ove sperimentare (proprio perché difficili) nuove forme di convivenza fra le identità umane. È fautore di un pensiero meridiano che ha una collocazione non geografica ma simbolica, volta a reinterpretare in forme calde, incarnate ed emotive quelle relazioni fra idee, individui e collettività che una cultura e una scienza troppo razionalizzatrici hanno spesso cristallizzato e sterilizzato.

    Edgar Morin è un pensatore del fenomeno umano, in tutte le sue articolazioni. È il fondatore di un’antropologia globale che pone grande attenzione alla ricognizione delle radici biologiche e naturali del fenomeno umano, al disvelamento delle sue molteplici dimensioni psichiche e neurologiche. Il paradigma perduto (1973) è un testo esemplare, che guida il lettore nell’intreccio dei processi di ominizzazione, alla confluenza fra natura e cultura. Ancor più radicale, e significativa del suo intero approccio, è la definizione della condizione umana quale dualità di Homo sapiens/demens: la comprensione anche dei più oscuri abissi della follia e del nonsenso è una via indispensabile per valorizzare e mettere nel giusto contesto i conseguimenti creativi della mente umana, che non sono mai acquisiti e scontati, bensì difficili emergenze attraverso gli innumerevoli conflitti e tensioni tra le molteplici pulsioni ed energie della nostra specie. L’etica non è una conformazione statica, con regole immutabili, bensì è una testimonianza creativa, una scelta di vita coraggiosa e consapevole a favore della speranza e della comunità contro le minacce della morte e del degrado.

    Nello stesso tempo, Edgar Morin considera ogni vicenda umana come una singolarità non deducibile da ciò che la precede, come una novità che richiede ogni volta un’originale contaminazione di approcci per essere compresa nel suo irriducibile valore. Con questa sua sensibilità, egli ha aperto numerosi campi di ricerca innovativi, per forma come per contenuti, nell’ambito della sociologia (l’industria culturale, il cinema, la comunicazione) e dell’antropologia (l’uomo e la morte, l’immaginario).

    Negli ultimi anni, sotto la sollecitazione dell’Unesco e del Ministero Francese dell’Educazione, Edgar Morin ha dedicato alcune opere a prospettive esplicitamente pedagogiche (La testa ben fatta, 1999; Relier les connaissances, 1999; I sette saperi necessari all’educazione del futuro, 2000), affrontando il problema della riforma dei saperi scolastici e dei modi di trasmissione di questi stessi saperi. Ma proprio questi volumi consentono di rivolgere un nuovo sguardo retrospettivo sulla sua opera, che ci appare oggi come una grande pedagogia per il nuovo cittadino planetario, i cui modi di pensare possano essere all’altezza delle sfide dei nostri tempi, sempre più complesse e diversificate.

    In considerazione di tutto ciò, a nome di tutti i colleghi della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bergamo, prego il Magnifico Rettore di procedere al conferimento della Laurea Honoris Causa in Scienze dell’educazione al Prof. Edgar Morin.